Ciclismo, caso Pantani: “Non era solo quando morì”

Emergono nuovi ed inquietanti dettagli sulla tragica scomparsa di Marco Pantani, avvenuta il 14 febbraio 2004 in un appartamento del residence “Le Rose” di Rimini.  A rivelarli, nel corso di un’audizione presso la Commissione parlamentare antimafia, sono Umberto Repetto, già generale di brigata della Guardia di Finanza, e l’avvocato Cocco, ovvero i consulenti nominati dai familiari del Pirata.

Repetto e Cocco hanno consegnato un dossier di 56 pagine che, evidenziando discordanze e ambiguità emerse in questi quindici anni, potrebbe rappresentare il tassello decisivo per chiedere una nuova inchiesta sulla tragica scomparsa di Marco Pantani. La tesi più inquietante, tra le numerose esposte dai due consulenti, è quella secondo la quale il ciclista non si trovava da solo al momento della morte.  Repetto, per suffragare questa ipotesi, ha fatto riferimento a  “delle macchie di sangue” e a come, al momento del ritrovamento del cadavere, “era posto il braccio: non si può pensare che sia stato lo stesso ciclista a spostarlo“.




Nel corso dell’audizione, inoltre, sono state portate all’attenzione dei parlamentari alcune ambiguità relative alle analisi che seguirono la morte di Pantani e, in particolare,  sui prelievi di sangue effettuati dal medico legale, il dottor Giuseppe Fortuni, dell’Università di Bologna: “Il dottore racconta Il dottore racconta che quando ha terminato le operazioni relative all’autopsia si è sentito seguito (solo dopo ha capito che si trattava di giornalisti) e anziché portare il cuore e i campioni nella struttura ospedaliera se li è portati a casa, in una cantina che aveva un frigo idoneo per la conservazione dei prelievi. Certo, nelle procedure di gestione tutto questo suona inconsueto”.  Inoltre, prosegue Repetto: Il dottor Fortuni escluse la morte per l’uso dei farmaci, che sarebbero solo una concausa, la concentrazione di antidepressivi era modesta. Un’altra perizia dice invece che ci sarebbe stata una overdose da psicofarmaci: delle due l’una”.

La tesi di fondo della famiglia Pantani, quindi, è  che dietro la scomparsa del loro congiunto ci siano la criminalità organizzata e le scommesse clandestine, specialmente quelle del Giro d’Italia 1999, quando l’allora corridore della Mercatone Uno venne escluso dalla competizione dopo un controverso controllo antidoping: “Pantani sapeva benissimo, lo diceva lui stesso, che tutti i prelievi per i test antidoping venivano fatti sui primi dieci. Non sarebbe mai stato cosi’ stupido da esporsi ad un rischio cosi’ grande. Delle 10 provette una sola è stata trattata secondo procedura, le altre non risultavano conformi agli standard. Tutto questo merita comunque un approfondimento per capire se il ciclista era effettivamente dopato o no”.